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Obbligo scolastico e biennio unitario nella riforma della scuola superiore italiana

by Roberta Roberti

Negli ultimi quattro anni, la scuola italiana è stata investita da ipotesi di riforma strutturale firmate da governi di diverso orientamento politico e da ministri intenzionati almeno apparentemente a definire due idee diverse di Educazione e dunque ipotesi di riorganizzazione del sistema scolastico differenti.

A ben vedere, tuttavia, le differenze appaiono più formali che sostanziali.

Il centro destra ha apertamente dichiarato di voler procedere a grandi passi verso una generale privatizzazione del sistema educativo, stimolando la competizione tra scuole e “liberalizzando” le assunzioni del personale educante. La riduzione degli oneri e delle responsabilità dello Stato si realizza diminuendo il tempo scuola e demandando alla scelta (e alle tasche) delle famiglie la definizione dei processi educativi dei giovani.

Il centro sinistra, invece, ha sostenuto di voler salvaguardare il carattere pubblico dell’istruzione, tuttavia ha poi dimostrato una speciale propensione nel sovvenzionare le scuole cattoliche e promuovere la fondamentale parità tra i due sistemi pubblico e privato.

Questa sostanziale conformità di orientamenti è divenuta particolarmente evidente in alcune occasioni: una delle questioni che sono apparse subito centrali e vincolanti per la generale ridefinizione del percorso scolastico è quella della durata del periodo di frequenza obbligatoria.

Siccome tale questione è centrale per definire obiettivi ed organizzazione del biennio 14-16 anni, che è il tema centrale del mio intervento di oggi, dobbiamo cercare di comprendere quali soluzioni sono state prospettate dai due ultimi ministri italiani.

Il ministro Moratti, nel periodo del governo Berlusconi, ha sostituito il concetto di obbligo scolastico con quello di diritto-dovere all’istruzione e alla formazione fino al 18° anno di età: una definizione ambigua e devastante, che ha introdotto la possibilità per gli studenti di sostituire, dopo la scuola media, i regolari percorsi scolastici con corsi di formazione professionale organizzati da enti ed associazioni di imprese esterni alla scuola.

Il ministro Fioroni, nell’apportare alcune modifiche alla legge morattiana, ha sì reintrodotto il concetto di obbligo fino al compimento del 16° anno di età, ma lo ha definito obbligo “di istruzione” anziché “scolastico”. Ciò ha consentito alle Regioni, divenute competenti dopo la riforma federale della Costituzione in materia di istruzione secondaria, di continuare a definire i percorsi educativi in modo autonomo, di fatto compromettendo l’unitarietà dei processi formativi su tutto il territorio nazionale e di conseguenza non garantendo a tutti e a tutte pari opportunità di accesso al sapere. L’ambiguità della definizione, inoltre, ha consentito di mantenere, a fianco dei regolari percorsi scolastici, i corsi presso enti formativi esterni alla scuola introdotti dalla legge Moratti, per di più riducendone la durata al compimento dei 16 anni anziché dei 18. Al momento, ci ritroviamo in una fase di stallo e di confusione, in attesa delle prossime elezioni politiche di aprile.

Possiamo tuttavia immaginare, qualunque sia il risultato delle prossime elezioni, che al di là dei linguaggi diversi e dei proclami pre-elettorali non si produrranno le svolte positive che come movimenti sociali in difesa della scuola pubblica abbiamo da tempo auspicato.

In particolare, sottolineiamo i seguenti rischi insiti negli orientamenti dei due principali schieramenti politici che si confrontano:

  1. nella fascia 14-16 anni gli studenti potranno scegliere tra percorsi scolastici e percorsi di formazione professionale, gestiti da centri privati o a compartecipazione pubblico-privata tra associazioni di imprese, associazioni professionali, fondazioni ed enti locali (comuni, province e regioni). E’ evidente come l’operazione si trasformi in un business vero e proprio: questi centri di formazione usufruiscono di finanziamenti statali togliendo risorse alla scuola pubblica. In alcuni casi le Regioni hanno incoraggiato il partenariato tra scuole e centri di formazione, al fine di mantenere i giovani a rischio di abbandono all’interno del sistema scolastico almeno fino al compimento dei 16 anni di età, ma inserendoli in percorsi differenziati. Si sono così create delle classi ghetto, destinate ad ospitare contemporaneamente le forme più svariate di disagio, con curricola impoveriti e ingerenza degli enti di formazione nella definizione degli obiettivi e degli esiti. Va infatti ricordato che l’obiettivo prioritario dei percorsi di formazione professionale non è certo quello di fornire competenze di cittadinanza o solide basi culturali, quanto piuttosto basse competenze professionali funzionali alle esigenze del mondo imprenditoriale e ad un immediato quanto labile inserimento nel mondo del lavoro.
  2. La comune tendenza in politica scolastica è quella ad aumentare il numero di alunni per classe, in modo da garantire risparmi consistenti, senza nessuna considerazione per l’efficacia dei percorsi educativi e le reali opportunità di recupero dei giovani in difficoltà.
  3. C’è il rischio concreto di perdere attenzione nei confronti della diversità. La scuola italiana ha maturato negli anni grande esperienza e messo in campo grandi professionalità nell’integrazione degli alunni diversamente abili, ma si assiste ad un grave arretramento della politica educativa in questo settore, con la riduzione progressiva delle risorse umane e finanziarie. Per quanto concerne poi l’integrazione degli alunni migranti, non pare esserci al di là delle asserzioni formali una reale volontà di sostenere ed incentivare le esperienze positive che molte scuole hanno cominciato negli ultimi anni ad avviare per rendere la scuola davvero inclusiva ed accogliente. In particolare, in tema di interculturalità, è stata data grande enfasi alla dimensione europea, dimenticando quasi totalmente il livello extracomunitario.
  4. Il personale educante assunto in maniera stabile tende ad essere ridotto e sostituito con personale gestito dai centri di formazione, precario e scarsamente qualificato, proprio in quelle situazioni di disagio nelle quali sarebbero maggiormente necessarie competenze specifiche ed elevata qualificazione professionale.
  5. Il sistema prevede una rosa di qualifiche professionali triennali concordate a livello europeo, rilasciate esclusivamente dalle regioni nei percorsi gestiti dai centri di formazione. Le scuole non potranno quindi più rilasciare queste qualifiche triennali, ma soltanto diplomi quinquennali. Al contrario, finora, una particolare tipologia di scuole superiori, gli istituti professionali, prevedeva un diploma intermedio triennale ed un’eventuale successiva specializzazione fino al quinto anno. Ciò dava una risposta efficace al disagio di molti studenti, che si iscrivevano ai corsi puntando sulla soluzione più breve e poi spesso, riconciliandosi con la scuola e riacquistando motivazione ed autostima, decidevano di proseguire fino al diploma quinquennale.
  6. E’ previsto un progressivo adeguamento al sistema di valutazione per test, fortemente vincolanti per i docenti e scarsamente efficaci per valutare seriamente la preparazione degli studenti. In particolare, almeno fino ad ora, i test proposti paiono volti a verificare conoscenze di carattere nozionistico e non certo l’acquisizione di sapere critico.
  7. Il sistema delle qualifiche professionali triennali viene formalizzato attraverso il rilascio di certificazioni di competenze assai poco significative. Infatti, le competenze professionali se agganciate a basi culturali lacunose e vacillanti come quelle garantite dai corsi di formazione risultano assai deboli e destinate a scadere rapidamente. E’ una scelta evidentemente funzionale alla richiesta delle imprese di lavoratori poco qualificati e molto vulnerabili, vale a dire alla precarizzazione del mondo del lavoro. Questi giovani si troveranno senza tutele e saranno condannati a non avere neppure reali possibilità di riqualificazione: l’analfabetismo di ritorno renderà impossibile nella maggioranza dei casi un rientro nel sistema di istruzione e la frequenza con profitto di corsi di educazione per adulti.

I rischi della privatizzazione del segmento educativo 14-16 anni paiono dunque assai evidenti: è innanzitutto a rischio la democrazia, visto che ad alcuni sarà negato un diritto fondamentale, quello all’istruzione, sancito dalla nostra carta costituzionale, oltre che da tutte le Convenzioni internazionali. Un diritto che appare particolarmente essenziale nella società della conoscenza. In secondo luogo, si rischia di non garantire l’esercizio della cittadinanza consapevole ad un’ampia fascia di giovani, e proprio a quelli che per le loro particolari condizioni (fisiche, culturali, sociali, economiche…) partono svantaggiati. Ciò si tradurrà in un enorme problema per la società tutta, dal momento che una parte di cittadini non saranno coscienti dei loro diritti e dei loro doveri.

Infine, anche dal punto di vista economico e produttivo questa scelta appare miope e fallimentare: nell’economia globalizzata se le società occidentali non investono nel sapere sono destinate a risultare perdenti.

Quali possono essere le proposte alternative?

Innanzitutto, risulta indispensabile definire con chiarezza quali sono gli obiettivi del sistema educativo. Se, come noi crediamo, la scuola deve innanzitutto educare alla cittadinanza consapevole è evidente che ci troviamo di fronte alla negazione di un diritto fondamentale. Alla luce ed in ragione di questo assunto, è ormai giunto il momento di ripensare le nostre scuole in maniera globale, da 0 a 18 anni, nella convinzione che le ragioni dell’esclusione e del disagio comincino dalle scuole materne e che pensare di poterle contrastare ed affrontare adeguatamente intervenendo sugli studenti già adolescenti è un progetto fallimentare. Lavorando con colleghi e genitori di diversi ordini di scuola, quando abbiamo scritto la Legge di iniziativa popolare “Per una Buona Scuola per la Repubblica”, abbiamo compreso l’urgenza e l’importanza di avere uno sguardo complessivo sul sistema scolastico.

Solo in quest’ottica sarà possibile affrontare in modo adeguato il problema del segmento scolare 14-16 anni.

Lo Stato attualmente ammette che ragazzini di 14 anni, ovviamente appartenenti alle fasce sociali più deboli, abbandonino la scuola e siano privati delle indispensabili competenze di cittadinanza, per frequentare percorsi culturalmente poveri e senza reali prospettive professionali a lungo termine.

Noi al contrario proponiamo che tutti e tutte debbano frequentare percorsi rigorosamente scolastici e che in particolare nel segmento 14-16 anni si organizzi un biennio unitario, costituito da un curricolo di base di 30 ore e uno di orientamento di 6 ore. Il curricolo di base è uguale in tutti gli Istituti Superiori ed è caratterizzato da una forte impostazione laboratoriale. Il curricolo di orientamento propone agli/lle studenti un primo approccio agli indirizzi presenti nel triennio dell’Istituto prescelto. I singoli Istituti possono offrire moduli orari supplementari a base laboratoriale, tempi di studio assistito, progetti didattici, senza che il carico orario superi le 40 ore settimanali. L’organico di Istituto è aumentato di conseguenza. Nel biennio il passaggio fra diversi Istituti è libero. La Scuola di accoglienza attiva moduli di integrazione per il recupero delle materie di orientamento.

La proposta del biennio unitario per tutti e per tutte nasce da una consapevolezza: per chi ha vissuto situazioni di disagio è necessaria più scuola, non meno scuola.

Ma deve essere una scuola diversa nell’organizzazione strutturale (cicli lunghi e visione del percorso didattico nel suo complesso), nei metodi e nei contenuti.

E’ un errore pedagogico enorme credere che la soluzione per chi a scuola sta male sia quella di ridurre le ore di madrelingua, di matematica, arte o lingua straniera. C’è anzi bisogno di più ore di queste discipline, ma con altre metodologie didattiche.

Che cosa può funzionare?

L’applicazione di tutte le teorie didattiche più innovative, dal cooperative learning al metodo Feuerstein.

Una didattica laboratoriale in tutte le discipline, anche quelle tradizionalmente considerate solo teoriche ed astratte. La compresenza di insegnanti sullo stesso gruppo-classe, al fine di agevolare il lavoro di gruppo, il recupero degli studenti in difficoltà e la valorizzazione delle eccellenze. Nelle diverse sperimentazioni è risultato particolarmente efficace, e specialmente per la fascia scolare 14-16 anni, l’introduzione del laboratorio teatrale come forma di presa di coscienza di sé, per aumentare l’autostima e dare motivazione.

Può essere valido strumento didattico anche l’utilizzo critico e consapevole dell’informatica e delle nuove tecnologie per vivacizzare le lezioni e coinvolgere maggiormente gli studenti. Questi ingredienti dovranno condurci a ripensare profondamente i nostri sistemi scolastici, prima di tutto elevando l’obbligo scolastico fino al 18° anno di età, in secondo luogo rimandando il momento della scelta. L’istituzione di un biennio unitario per il segmento 14-16 anni garantirebbe a tutti e a tutte l’educazione alla cittadinanza consapevole e l’acquisizione di un sapere critico, che consolidi quel bagaglio di conoscenze ed abilità indispensabili per l’apprendimento nel corso di tutta la vita al quale ci dobbiamo preparare per il futuro.

E’ evidente che nelle prospettive dei nostri governi, tutte improntate al neoliberismo, l’educazione deve sottomettersi alle richieste sempre più pressanti dell’economia e del mondo del lavoro. Non a caso in Italia, anche durante il governo di centrosinistra, le questioni inerenti l’obbligo scolastico e la riforma dei percorsi di istruzione superiore sono state definite non dalla Commissione Cultura del Parlamento, ma dalla Commissione Lavoro e attività produttive. Ma è indispensabile rilevare come anche in questa prospettiva meramente economica la politica scolastica perseguita dalla Commissione UE risulti miope e destinata al fallimento. L’Europa non potrà certo mettersi in competizione con le economie emergenti sui lavori di basso profilo. L’unica possibilità che abbiamo per restare competitivi è puntare su un’alta specializzazione, sulla conoscenza. E non pare certo che le scelte fatte in educazione conducano a questo obiettivo.

C’è una sostanziale concordanza tra i movimenti sociali sulle caratteristiche e sugli obiettivi della Scuola dell’Europa che vorremmo, nel rispetto della libertà, della cultura e dei contesti dei diversi paesi, così come ovunque appaiono le stesse emergenze da affrontare: l’educazione alla cittadinanza per un esercizio consapevole dei diritti e dei doveri da parte di tutti e di tutte; l’integrazione degli studenti migranti; l’integrazione dei diversamente abili; il disagio e l’abbandono; il rapporto con il mondo del lavoro e le esigenze delle imprese.

E’ indispensabile coordinare i nostri sforzi per contrastare le politiche neoliberiste che accomunano le scelte in politica scolastica di tutti i paesi della UE.

A questo scopo, vanno utilizzati tutte le possibilità di cooperazione finanziata promosse dalla UE, al fine di far conoscere e cominciare a realizzare ove possibile la scuola che vogliamo.

I documenti che sono stati via via prodotti nel corso dei Forum Sociali Europei e nelle diverse conferenze internazionali devono cominciare a prendere corpo.

Le buone pratiche che già in tante occasioni sono state realizzate devono circolare, in modo che anche altre scuole possano approfittare delle esperienze positive condotte altrove.

A questo proposito, sarebbe interessante potersi confrontare sulle potenzialità della dimensione laboratoriale anche nella progettazione didattica, con l’obiettivo di estendere al team docente quella capacità di lavorare in gruppo, auspicata per gli studenti, che potrebbe concretamente promuovere la ricerca e la sperimentazione didattica.